Il tricolore non è più un sogno: ventisette anni dopo la tragedia di Superga, i ragazzi di Gigi Radice sono di nuovo campioni d’Italia.


La Juventus chiude il girone d’andata davanti a tutti, campione d’inverno, eppure nel campionato 1975-76 qualcosa è già cambiato. Il derby del 7 dicembre ha lasciato un segno profondo: quel 2-0 firmato Pulici-Graziani non ha soltanto avvicinato il Toro ai cugini in classifica, ma ha incrinato una certezza: per la prima volta dopo anni, i bianconeri capiscono di avere davvero qualcuno alle spalle. E quel qualcuno non ha nessuna intenzione di mollare.
Il girone di ritorno si trasforma così in una sfida cittadina lunga quattro mesi, un corpo a corpo giocato sul filo dei nervi prima ancora che della tecnica. La Juventus parte ancora davanti, forte dell’abitudine alla vittoria e di un organico costruito per convivere con il peso della pressione. Il Toro di Gigi Radice, invece, deve dimostrare di saper reggere il peso di un sogno che, domenica dopo domenica, smette di sembrare impossibile.
La rincorsa granata riparte con convinzione. Il 3-1 al Bologna restituisce immediatamente slancio, anche se la frenata di Perugia — sconfitta per 2-1 — sembra ricordare quanto la strada resti complicata. Ma il Toro non si disunisce, batte l’Ascoli al Comunale, lotta su ogni pallone ma soprattutto continua a correre più degli altri. Radice insiste sul suo calcio aggressivo e moderno, costruito su pressing, intensità e recupero immediato del pallone. Pulici continua a segnare, Graziani ad allungare le difese, Claudio Sala a rompere gli equilibri con la sua imprevedibilità.
La Juventus, intanto, resta davanti ma senza riuscire davvero a scappare. Il pareggio casalingo con il Como e quello di Firenze tengono aperta la corsa. È il segnale che il campionato può ancora girare. E infatti gira.
Marzo è il mese in cui la lotta scudetto cambia definitivamente volto. Il Toro pareggia a Napoli — uno 0-0 pesantissimo in un ambiente difficile — poi supera la Roma al Comunale. La Juventus invece rallenta: pareggia col Milan, cade clamorosamente a Cesena. Così il 28 marzo, quando le due squadre si ritrovano faccia a faccia nel derby di ritorno, il campionato sembra arrivato a un bivio.
Juventus-Torino non è soltanto una partita: è il centro emotivo della stagione. I granata giocano senza paura e sul campo vincono meritatamente per 2-1, una vittoria resa ancora più netta dal verdetto successivo a tavolino dopo il petardo che colpì il portiere granata Castellini al rientro negli spogliatoi per l’intervallo, sostituito nella ripresa da Cazzaniga. Più del risultato conta però il messaggio: il Toro va in casa dei campioni d’Italia, li affronta a viso aperto e li batte, proprio nel momento in cui il peso della classifica si fa insopportabile. È la dimostrazione definitiva che la squadra di Radice non è più soltanto una rivale credibile. Adesso è la favorita morale nella corsa scudetto.

Eppure non c’è nessuna cavalcata trionfale, l’aprile granata è un mese di sofferenza. Il Toro perde a San Siro contro l’Inter, supera il Milan in uno scontro diretto pesantissimo, fatica a Como e vive una domenica quasi folle nel 4-3 contro la Fiorentina di Mazzone, grazie al tris di Pulici ed al gol di Zaccarelli. Anche la Juventus però non riesce a trovare continuità: pareggia a Napoli, poi al Comunale con la Roma. Il duello resta dunque apertissimo, ed è chiaro che si deciderà soltanto all’ultima curva.

Il 16 maggio 1976, la Torino granata trattiene il fiato.
Il Comunale è un catino che ribolle passione, sugli spalti non c’è un solo spicchio libero per un appuntamento con la storia atteso da troppi anni. Contro il Cesena, i granata finora sempre vittoriosi davanti al proprio pubblico, sanno di avere il destino nelle proprie mani ma sentono tutto il peso della storia. La partita è tesa, nervosa, bloccata dalla paura di sbagliare. Segna Pulici di testa, in un’immagine che lo consegna alla storia nell’olimpo granata, i romagnoli pareggiano su una sfortunata autorete di Mozzini che beffa Castellini per la “rabbia” finale di Radice. Finisce dunque 1-1 e per lunghi minuti il Toro resta sospeso, con un occhio al campo e l’orecchio alla radiolina che gracchia notizie da Perugia, dove la Juventus prova l’ultimo assalto.

Poi arriva la notizia che cambia tutto: al Curi il Perugia batte i bianconeri 1-0.
È il momento in cui Torino esplode.
Ventisette anni dopo la tragedia di Superga, il Toro è nuovamente campione d’Italia. Per i granata, non è soltanto la vittoria di uno scudetto: è una restituzione simbolica, un pezzo di storia che sembra ricucirsi con il proprio glorioso passato. La città si riversa per strada, il granata invade piazze, balconi, automobili. Dopo quasi tre decenni di attesa, il Toro torna sul tetto d’Italia, interrompe il predominio cittadino della Juventus e si riprende un posto dentro la memoria collettiva del calcio italiano.
Nessuno può immaginarlo davvero quel giorno, ma quello del 1976 resterà anche l’ultimo scudetto granata. Forse è anche per questo che, mezzo secolo dopo, continua ad avere un sapore diverso: non sarà mai soltanto una vittoria, ma un’eredità sentimentale che Torino non ha mai smesso di custodire gelosamente.

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ultimo aggiornamento: 14-05-2026


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